Giovanni Migliara Veduta della Certosa di Pavia Foto Fondazione Zeri

I contenuti della pagina sono stati gentilmente concessi da Alessandro Maria Campagnoli autore del libro:
LA MIA CERTOSA

(vita del monumento visconteo dalla nascita ai giorni nostri) dal quale sono stati tratti alcuni brani di seguito riportati

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La mia Certosa di Alessandro Campagnoli

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Si ritiene che il presunto motivo addotto da Gian Galeazzo Visconti (1351-1402) per promuovere la realizzazione di un progetto grandioso: la Certosa delle Grazie, sia legato alla promessa di esaudire un desiderio espresso dalla seconda moglie e cugina, Caterina, figlia di Regina della Scala e di Barnabò Visconti, la quale, consigliata dal monaco senese Stefano Macone, allora priore della certosa di Garegnano, monastero a pochi chilometri dall’erigendo Duomo, l’8 gennaio 1390, come riferisce Bernardino Corio nella ‘Pars tertia’ della sua ‘Historia di Milano’
“votandose sotto forma di testamento, ordinò che in una villa dil Pavense, dove diverse fiade versava, se dovesse fabricare un monasterio de Certusini … et in caso de parto morendo pregò il marito che volesse adimplire tale ordinatione, ricomandandogli la sua famiglia specialmente li fratelli e sue sorelle”.

Più che dalla pietà cristiana, pare verosimile che il non tenero Gian Galeazzo, uomo di grandi ambizioni, perseguite senza scrupoli morali, ma non alieno dall’ideale della grandezza civile e principesca, sia mosso dal proposito di consolidare la sua egemonia nel nord Italia, assumendo in questo modo una funzione guida nelle vicende politiche del tempo.
Il conte comprende quanto possa giovare alla propria autorità il fascino dell’arte, ed il monastero con la basilica, nel suo pensiero, rappresentano un imponente sepolcro destinato non solo ad accogliere le tombe dei Visconti, ma soprattutto a consacrare la gloria e la potenza della sua famiglia. Suo padre aveva lasciato segni di rilevante importanza: il castello visconteo e l’Università di Pavia. Gian Galeazzo decide di innalzare un’abbazia da affidare ad un ordine monastico la cui presenza garantirà nei secoli a venire la prosecuzione e l’ultimazione dei lavori da lui intrapresi e patrocinati.
Nel 1396, il Visconti affretta le pratiche necessarie per tradurre in atto, l’intenzionedi erigere la Certosa. Dichiarando formalmente il proposito di dare il via ai lavori di costruzione di un monastero e di una chiesa maestosa.” DIVA MARIAE QUAM SUMPTUOSISSIMO OPERE SUB NOMINE ET TITOLO GRATIAE”; Da qui:

Egli è altresì consapevole che la costruzione della Certosa, futura espressione di fede e di pace, culla dell’arte e del sapere, dimora dello spirito religioso e della preghiera, gli conferirebbe prestigio eforza  in un’epoca segnata da lacerazioni sorte all’interno della cristianità. Questa rappresenta la ragione politica che spinge il principe a promuovere l’iniziativa.

Si giunge così al 27 Agosto 1396, quando, in seno ad una solenne celebrazione officiata dal vescovo di Pavia ed alla presenza di numerosi religiosi, del ginnasio pavese e dei notabili del ducato di Milano, il conte di Anghiera, attorniato dai figli Giovanni Maria, Gabriele Maria e Filippo Maria, dà inizio ufficiale alla fabbrica.

A questo importante avvenimento intervengono il priore della certosa dell’isola Gorgona, nella laguna veneta, padre Bartolomeo Serafini da Ravenna ed il ‘beato’ Stefano Macone, adesso superiore della certosa di Pontignano, ubicata a pochi chilometri dalla città di Siena.

Ingresso - Bassorilievo della posa della prima pietra

Tra la commozione dei presenti, nel primo fondamento della casa di Dio, il primo duca di Milano colloca la lastra di marmo più grande.

Vi è inciso: “ERIT MIHI DOMINUS IN DEUM ET LAPIS ISTE VOCABITUR DOMUS DEI”.

Similmente fanno, dopo di lui, il legittimo primogenito e l’illegittimo suo secondo figlio, amato dal genitore al pari degli altri due. La quarta pietra viene posata dal dignitario milanese Francesco Barbavara, in nome del terzo figlio, che a quell’epoca ha solo quattro anni ed è incapace di collocare la lastra di marmo. … I Certosini collaborano sempre con gli artisti nella progettazione, naturalmente secondo le esigenze della loro particolare forma di vita monastica. Per questo non è possibile riportare l’abbazia ad una paternità ben determinata ed è difficile persino, in tale contesto di partecipazione attiva, precisare l’apporto dei singoli.

Il tracciato della fondazione, quindi, è il risultato di uno studio collettivo tra esperti lavoratori e monaci di san Bruno. Se la prospettata primitiva struttura della chiesa non troverà dunque rispondenza in quella poi attuata, il monastero si articolerà, invece, nelle sue linee essenziali intorno al nucleo originario.

Tutte le abitazioni certosine devono essere costruite sul modello della prima casa di Chartreuse, poiché la loro forma, imperniata su due chiostri, è in funzione della Regola monastica, che contempera tra loro eremitismo e cenobismo: lungo il chiostro maggiore le abitazioni dei religiosi separate tra loro, ma collegate dal porticato; lungo il minore la chiesa, la sala del capitolo, il refettorio.
All’inizio del secolo Gian Galeazzo Visconti, al culmine della sua potenza, può considerarsi, grazie ad una politica spregiudicata che gli ha permesso di annettersi numerosi territori dell’Emilia, della Toscana, del Veneto e dell’Umbria, il principale signore d’Italia.
Tuttavia è insoddisfatto per l’andamento dei lavori alla Certosa che, a cinque anni dall’inizio, non progrediscono affatto con quella velocità che avrebbe desiderato per un’opera da lui promossa e finanziala.
A Milano la costruzione del Duomo, infatti, è già arrivata alle volte, mentre quella della chiesa è ancora alle fondamenta: si dà infatti priorità all’innalzamento di quelle strutture indispensabili per la nuova comunità monastica. … Il 3 settembre 1402, a 51anni, dopo aver occupato Bologna e sul punto di dirigersi alla conquista di Firenze, il signore di Siena e Pisa muore di peste nel suo castello a Melegnano, dove si è rifugiato per sfuggire al contagio. … La morte del conte di Pavia mette in difficoltà i lavori che vengono quasi completamente interrotti.
Da più parti si accampano diritti sui possedimenti donati ai Certosini mentre il successore Giovanni Maria (1388-1412), intervenuto dapprima in difesa della Certosa, in seguito, poco rispettoso della volontà testamentaria del padre, contribuisce allo smembramento del patrimonio di cui il conte di Anghiera ha dotato il complesso monumentale.
Per la sua crudeltà Giovanni Maria Visconti, che durante i dieci anni del suo regno porta il ducato sull’orlo della rovina, viene trucidato sulla soglia di san Gottardo il 16 maggio 1412.
Nel 1424 muore il Beato Stefano Macone che tanto ha contribuito alla costruzione del monastero.

Alla fine del 1426 si intagliano le tavole e gli armadi del capitolo, del refettorio e della biblioteca. Nel 1429 si eseguono la porta del chiostro piccolo che immette nella chiesa ed il pavimento in legno nel coro. Nel 1434 si completa la costruzione del vestibolo, poi comunemente denominato interno quando, nel 1454, ne viene realizzato, davanti, un altro con la funzione di portineria. Qui si distribuiva il pane ai poveri attraverso un’inferriata ancora oggi ben visibileAlla morte di Filippo Maria il ducato ricade nello squallore: l’ingovernabilità si mescola alle rivolte, ai saccheggi, alle rapine. I Veneziani giungono fino alle porte di Milano. Le vicende politiche che si susseguono dopo l’agosto del 1447 non hanno per la Certosa quelle conseguenze che si verificano per il Duomo di Milano. Il mistico cenobio, infatti, trovandosi nell’ambito della contea di Pavia, può evitare le molestie del governo popolare instaurato nel capoluogo lombardo. A Milano, infatti, un gruppo di intellettuali ed aristocratici, nel tentativo di restaurare le antiche libertà comunali, proclama ‘L’aurea Repubblica ambrosiana’ (14 agosto 1447 – 25 febbraio1450).

Francesco Sforza (1401-1466), genero del morto duca ed uno dei più abili capitani di ventura del tempo, approfittando della situazione di crisi, riesce a consolidare la sua posizione ed a farsi proclamare nuovo signore dagli stessi Milanesi all’inizio del 1450.Egli, fattosi riconoscere diretto successore di Filippo Maria, del quale ha sposato l’unica figlia legittima, Bianca Maria, sistemate alla meglio le faccende politiche, non esita a comprendere come, per rafforzare nel popolo la persuasione che il suo governo sia la naturale continuazione del dominio visconteo, debba validamente contribuire il proposito di condurre a termine le opere artistiche intraprese e favorite dai suoi predecessori .

Dà l’avvio ad importanti interventi pubblici: il rifacimento del castello visconteo di Porta Giovia, poi sforzesco, e la costruzione dell’ospedale maggiore noto come Ca’ Granda, ora sede dell’università statale. Nel 1451 Francesco Sforza invia alla Certosa Giovanni Solari affinchè prenda in esame il progetto per la costruzione della chiesa. Giovanni Solari appartiene a quella generazione di architetti che formatasi nei primi decenno del secolo, pur senza sfuggire alla sensibilità del gusto gotico, tendono tuttavia al recupero di temi e schemi desunti dalla tradizione romanica lombardo-emiliana.

A lui succede il fratello Ludovico Maria Sforza detto il Moro che mostra grande interessamento per il cantiere della Certosa e continua la politica di protezione al ‘laborerio’.Nel 1491 vengono assunte numerose maestranze ed acquistate abbondanti quantità di marmi grezzi di Carrara e di Candoglia; l’Amadeo si impegna a “completare la facciata da terra Sirio al primo corridoio” (Memorie inedite del priore Matteo Valerio), dopo aver rielaborato il progetto solariano con la collaborazione del Bergognone e dell’architetto Giovanni Giacomo Dolcebuono.
Nell’ultimo decennio del Quattrocento si completa anche la decorazione pittorica dell’interno, (la più vasta del secolo XV in Lombardia), la cui caratteristica, senza dubbio, è di essere intrinseca al sacro edificio, anzi la sua naturale conclusione, al punto che gli elementi pittorici ed architettonici sembrano a volte indistinti tra di loro. Alla fine del secolo la costruzione del complesso monumentale, la cui pavimentazione è eseguita in terracotta, sembra dunque giunta al momento conclusivo.
La Certosa appare fastosa e solenne come l’ha voluta Gian Galeazzo Visconti e come pure la desidera il nuovo duca di Milano, Ludovico il Moro, che il 16 ottobre 1494, dopo uno splendido banchetto ed un’allegra caccia nel parco, vi accompagna in visita il re di Francia, Carlo VIII (1470-1498), di passaggio per la conquista del regno di Napoli.
In questo periodo iniziano a verificarsi quegli avvenimenti drammatici che di lì a poco avrebbero causato la fine della signoria sforzesca e dell’indipendenza del ducato. Il 12 settembre 1499 il re di Francia Luigi XII, duca d’Orléans, (1462-1514), sconfigge il Moro e dà inizio alla dominazione francese. Tutto questo determina la dispersione della colonia di artisti e di artigiani che lavorano alla Certosa nel cui cantiere i mestieri e le professioni, da oltre cento anni, si tramandano di generazione in generazione come eredità di famiglia.
Nel Quattrocento il sentimento artistico ha avuto un logico svolgimento, mantenendo la giusta proporzione fra l’effetto riservato alla struttura architettonica e quello particolare della decorazione.L’equilibrio rinascimentale non dovrà tuttavia durare a lungo giacché la rapida evoluzione dell’arte verso la fine del secolo condurrà ad una specie di sovraeccitazione nel pensiero che permetterà alla parte decorativa di invadere e sopraffare l’organismo costruttivo.

Nei primi decenni del Cinquecento eventi militari di eccezionale portata politica sconvolgono la Lombardia. Il re di Francia Luigi XII, salito al trono nel 1498, torna a far valere gli antichi suoi diritti sul principato già visconteo, attaccandolo e costringendo il Moro a fuggire presso l’imperatore Massimiliano I ad Innsbruck. Dopo aver ordinato di togliere dai tetti della basilica certosina diecimila libbre di piombo da fondere in proiettili, con alcune migliaia di fanti borgognoni e svizzeri, Ludovico Maria Sforza tenta, nel febbraio del 1500, di riconquistare il dominio; ma a Novara, 1’8 aprile dello stesso anno, tradito dagli Elvetici, sulle cui truppe aveva contato, è costretto ad arrendersi ai Francesi.

La Battaglia

Francesco I tenta di forzare dalla Lombardia l’accerchiamento in cui la Francia è venuta a trovarsi dopo che Carlo V d’Asburgo (1500-1558), oltre che la successione al trono spagnolo, ottiene anche quella alla corona austriaca con il titolo di imperatore del sacro romano impero. Le vicende di guerra, che nei primi trentasei anni del secolo fanno succedere continui mutamenti di governo del ducato di Milano, determinano un turbamento anche nel calmo processo dei lavori alla Certosa, perché continue scorrerie di bande assoldate di Francesi, Spagnoli, Svizzeri, Tedeschi, contribuiscono ad una tensione degli animi poco propizia per le serene manifestazioni dell’arte. Ormai la guerra tra la Francia e la Spagna sta per investire perfino le quiete campagne che circondano il monumento. Dal 1515 al 1521 e dal 1524 al 1525 i Francesi sono responsabili di luttuosi eventi in Lombardia.

Francesco Primo di Valois

Prospero Colonna, comandante le truppe della Lega, costituitasi dopo la ‘Battaglia della Bicocca’, tra Carlo V, il papa ed il duca di Milano, pone l’accampamento attorno alla Certosa; nel 1525 le stesse località offrono il campo per un memorabile fatto d’armi, passato alla storia come ‘Battaglia di Pavia’ (24 febbraio). Poiché Francesco I, fatto prigioniero dopo aver combattuto valorosamente, viene, secondo la tradizione o la leggenda, condotto al monastero visconteo, può riuscire interessante ricostruire le peripezie di quella giornata campale e l’episodio della seconda visita fatta dal re di Francia alla basilica dedicata alla Madonna delle Grazie.

Nel febbraio del 1525 le truppe imperiali si trovano a difendere Pavia, minacciata dall’esercito di Francesco I, il quale pone il suo quartiere generale nelle vicinanze. Per cercare di recuperare il carico di 100.000 ducati (destinato al pagamento delle truppe ed intercettato dai Francesi), i soldati dell’imperatore, la sera del giovedì grasso, decidono di penetrare nell’accampamento nemico.

La marcia notturna è alquanto ritardata dalla necessità di spianare la via per il passaggio dell’artiglieria. I Francesi, infatti, che si sono fortificati a Mirabello, tra Certosa e Pavia, con trincee e bastioni indispensabili per respingere gli attacchi spagnoli, appena vedono l’artiglieria nemica penetrare di sorpresa nel parco attraverso brecce praticate nel muro di cinta, danno l’allarme mettendo in fuga una sola parte di soldati italiani e spagnoli. In aiuto giungono poi da Pavia alcune truppe iberiche che riescono, sotto la guida di Don Antonio De Leyva, a catturare Francesco I ed a condurlo nell’abbazia. Il locale nel quale il monarca verrà rinchiuso si trova nel chiostro grande. La finestra della prigione, il cui ingresso è alla base della scala che conduce ai granai, è sotto la torre dell’orologio, fra le tre meridiane, allo spigolo destro della seconda. Alcune relazioni spagnole riferiscono che il re di Francia, fatto prigioniero, si mostrò calmo ed affabile e che solo percorrendo il tratto di cammino per raggiungere il monastero, si rese veramente conto della sconfitta subita: coprivano il terreno migliaia di morti fra i quali si notava il fiore della nobiltà francese. Condotto poi dagli Spagnoli vittoriosi alla Certosa, spoglio della spada, il sovrano ascoltò il versetto di un canto di umiltà intonato dai monaci raccolti nel coro: “Ego vero legem tuam meditatus, sum, coagulatum est sicut lac cor meum bonum mihi quia humiliasti me” proprio nel momento giusto perché il monarca si unisse ai religiosi continuando: ” Ut discam iustificationes tua”.

La battaglia di Pavia Joachim Patinir

Forse è dalla Certosa che Francesco I annuncia alla madre, Louise De Savoie, la sconfitta subita scrivendo: “De toute chose ne m’est demeuré que l’honneur et la vie qui est sauve“. Frase che passa alla storia del tutto modificata: “Tout est perdu hors l’honneur“.

Nel 1514 i monaci ottengono dal duca l’autorizzazione di portare a trentasei il numero delle celle trasformando anche le ventitré preesistenti ‘et reducere ad modernam consuetudinem’, a discapito dell’unità della primitiva costruzione. L’ingrandimento non sarà mai attuato, però le celle che attualmente vediamo sono il risultato di lavori eseguiti in quel periodo. Nel 1516 Bernardino Luini da Milano dipinge la bellissima ‘Madonna con il Bambino’, affresco conservato nella sala del lavabo. A Luigi XII d’Orleans succede il figlio Francesco I (1494-l547) che riunisce alla sua corte i migliori artisti dell’epoca, come il Cellini e Leonardo da Vinci.

Dopo la vittoria della ‘Battaglia di Pavia’, i Lanzichenecchi, al servizio dell’imperatore Carlo V, saccheggiano ferocemente la città e le località ad essa adiacenti. Per il complesso monumentale le conseguenze di tale guerra sono gravissime: i lavori della facciata vengono interrotti per qualche anno, alcuni soldati penetrano nell’archivio notarile ed incendiano documenti importantissimi sulla costruzione del monastero, sulla chiesa e sul suo fondatore, altri depredano oggetti sacri, paramenti, manoscritti di altissimo valore storico ed artistico. Nel 1530 Francesco II Sforza (1495-1535) ottiene da Carlo V l’investitura del ducato di Milano.

Egli firma un diploma nel quale rinnova ai monaci certosini le concessioni e le esenzioni già loro riconosciute dai suoi predecessori.L’atto serve per assestare le finanze del complesso monumentale e riprendere i lavori d’ultimazione della parte superiore fronte. Il trattato di Bologna, pertanto, col dare uno stabile assetto del dominio spagnolo in Lombardia, dopo molte vicende di guerra, può assicurare un periodo di tranquillità.

Nel 1543 è documentata ancora la presenza dei Fratelli Giovanni Battista e Stefano Sesto e soprattutto di Cristoforo Lombardo da Milano, il quale idea il progetto, poi realizzato, per la parte alta della facciata ancora incompiuta.

Questa, raccordata all’inferiore da lunette, risulta divisa in tre settori, due laterali con larghe bifore ed uno centrale con oculo inquadrato da timpano; il tutto dovrebbe completarsi da un fastigio, mai eseguito, coronato da una lunetta. Dopo l’intervento del Lombardo, la facciata rimarrà incompiuta all’altezza del secondo cornicione.

Intorno alla prima metà del secolo si cura la realizzazione di corali e codici miniati, conservati nella biblioteca, il cui edificio si trova tra il piccolo ed il grande chiostro. attualmente vi sono custoditi tredici corali con scrittura gotica e miniature rinascimentali. I numeri 1,2,12,13,14, recano la firma del bergamasco Benedetto da Corteregia, monaco vallombrosano di San Lanfranco di Pavia.

Nel 1550 ci si impegna nuovamente a completare la facciata, ma essa rimarrà come la vediamo oggi, pur nella sua magnificenza decorativa, a documento di una serie ininterrotta di artisti che collegialmente ne hanno portato avanti i lavori.

Forse Galeazzo Alessi realizza, nel 1560, le snelle elegantissime guglie, che terminano a pinnacolo, poste alla sommità dei possenti contrafforti ai lati esterni della chiesa.

Nello stesso anno, il 28 agosto, il padre generale dei Certosini, don Piero Sarde, consente che nella Certosa delle Grazie venga installato tutto il necessario per procedere alla stampa di messali e di corali fino a quel momento forniti da altre tipografie. Il religioso invita i priori di tutte le certose d’Italia a comperare solo libri editi dalla tipografia del monastero visconteo.

Nel 1564 la Certosa si arricchisce del monumento funerario di Ludovico il Moro e Beatrice D’Este già destinato alla chiesa di Santa Maria Delle Grazie di Milano. Le due statue vengono infisse nel muro, alle spalle del mausoleo di Gian Galeazzo Visconti. Sono in seguito separate e disposte nelle absidi laterali del braccio di tramontana della navata trasversale, dove, su di uno zoccolo di marmo di Verona, il cenotafio avrà l’attuale sistemazione solo nel 1891.

Monumento funebre Ludovico il Moro e Beatrice D'Este
Monumento funebre Ludovico il Moro e Beatrice D'Este - Particolare
Monumento funebre Ludovico il Moro e Beatrice D'Este

Le premure sono rivolte soprattutto all’abbellimento della chiesa, i Certosini nel 1569 dispongono la pavimentazione del presbiterio con piastrelle di marmo sulle quali viene incisa la scritta GRA-CAR ( GRATIARUM CARTHUSIA) Certosa delle Grazie poiché la basilica è dedicata alla Madonna come anche è indicato sopra la grande finestra circolare della facciata “MARIA VIRGINI MATRI FILIE SPONSE DEI”

(L’immagine non si riferisce alla piastrella di marmo)

Nel 1581 Michele Montaigne visita la Certosa e ne trae l’impressione di un lusso straordinario, non solo negli edifici “ma anche nel numero di servitori, cavalli, cocchi, manovali, artigiani” Dichiarerà in seguito d’aver visto ” la corte di un potente principe” e non un monastero.

Alla fine del secolo è già ultimata la loggia del tiburio al centro del transetto, ed è affrescata la cupola dai senesi Piero Sorri e Alessandro Casolani, con scene dell’Apocalisse. Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, dipinge “la Vergine tra S.Ugo e S. Carlo Borromeo” per l’altare di fondo del braccio destro del transetto e vengono intagliati gli armadi a muro della sagrestia vecchia nei quali si conservano i ricchi arredi e paramenti sacri, andati dispersi durante le irruzioni delle truppe napoleoniche

Per periodi più o meno lunghi, questo secolo vede ancora la Lombardia teatro di guerre e devastazioni causate dal passaggio di eserciti invasori. Tristemente nota per la descrizione fattane da Alessandro Manzoni nel suo capolavoro: ‘I promessi Sposi’, la lugubre pestilenza provocata dalla seconda guerra del Monferrato infierisce anche sulla comunità di padri certosini, mietendo numerose vittime tra i religiosi. Nei momenti di tranquillità alla Certosa si continua a lavorare.
Nell’anno 1600 si completa la lanterna del tiburio con un rivestimento di rame e stagno.

LA FACCIATA DAL VESTIBOLO

Chi varca l’ingresso della Certosa ha la sensazione di entrare in un angolo di cielo, uno spicchio di meraviglie rubato al paradiso e riprodotto nella pietra, negli affreschi, in ori, lacche e lapislazzuli. Ad accogliere lo sguardo, istintivamente rivolto verso l’alto tra i candidi costoloni delle alte volte della navata centrale della chiesa, sono magiche e intricate geometrie astrali e soprattutto le stelle: dipinte nell’oro sul soffitto di cobalto, intarsiate nel cotto del pavimento della sagrestia vecchia, raggianti nei colori caldi dei portali lignei o iscritte nella perfezione del cerchio sulle piastrelle del presbiterio.

Il palazzo Ducale

Contemporaneamente al lungo svolgersi delle vicende edilizie si sviluppa una vivace ed intensa attività di artisti impegnati nella decorazione degli interni. Si eseguono, infatti, fra il 1616 ed il 1667, i lavori di ristrutturazione delle cappelle.

Il continuo concorso di visitatori alla Certosa e l’importanza che il monastero si è acquistato all’infuori delle ricchezze d’arte, inducono i monaci di san Bruno a far costruire una nuova struttura adatta a ricevere degnamente gli ospiti. Nel 1620 si dà inizio alla costruzione del palazzo ducale, chiamato così a motivo dell’antica residenza estiva dei Visconti e degli Sforza, seguendo il nuovo progetto di gusto già barocco.

Il palazzo ducale che fiancheggia la Certosa Sede del Museo

All’interno del palazzo troverà sede un Museo, allestito per conservare le riproduzioni delle principali opere scultoree e per custodire pezzi di notevole interesse artistico, tra cui il pugnale, la spada senza impugnatura e gli speroni bronzeo-dorati di Gian Galeazzo Visconti, una ceramica con lo stemma in cui campeggia il biscione visconteo, un ostensorio in avorio e paramenti sacri.

Nel 1621 si intagliano i tavoli e gli schienali in legno del refettorio. Il Seicento offre una gran quantità di affreschi, palii marmorei, icone d’altare, cancellate in ferro battuto e bronzo nonché statue colossali allineate fra le arcate delle cappelle.

L’idea di condurre a termine la facciata, la cui costruzione si è arrestata intorno alla metà del secolo precedente secondo una linea orizzontale, dà l’argomento a molti architetti per formulare soluzioni che non avranno alcun principio di esecuzione.

Questo perché tutti gli studi si basano sul concetto di sopralzare la parte mediana della fronte, coronandola con il motivo di una grande riquadratura nella quale porre un bassorilievo di proporzioni così colossali d’essere inevitabilmente in contrasto con l’eleganza e la finezza di esecuzione delle parti inferiori della facciata.

In quest’epoca il patrimonio del monastero si trova dunque al massimo del suo splendore e della propria ricchezza; nel secolo successivo si verificheranno vandalismi, saccheggi, dispersioni che altereranno la significativa e caratteristica immagine di queto tesoro monumentale innalzato anche per testimoniare la continuità di vita artistica e cristiana sempre presente e viva fra il popolo della pianura lombarda.

Alla morte di Carlo II d’Asburgo, il ducato di Milano passa ” sotto la dominazione di Filippo V di Borbone,designato, per intervento francese, erede legittimo di Spagna. Il 18 giugno 1702, il nuovo sovrano, portandosi a Milano per fare il suo ingresso trionfale da Porta ticinese, dalle truppe di Spagna viene accompagnato alla Certosa dove partecipa ad un lauto banchetto offerto dal priore don Ignazio Buono. Nel 1706 il ducato passa agli Asburgo di Spagna. All’inizio del secolo viene incisa la ‘Ichonographia Ducalis ac Regalis Carthusiae Ticinensis’ che si rivela di notevole importanza per la dettagliata descrizione del territorio del monastero: lo spazio risulta pianificato con grande cura ed elementi diversi vengono accostati, tenendo presente in egual misura l’utilità e la qualità ambientale. Certo la vasta estensione dei terreni e la razionale distribuzione dei fattori di produzione sono determinate dall’intento di dare alla Certosa un’adeguata autonomia economica, tuttavia chi progetta il nuovo assetto territoriale della zona non sottovaluta mai l’importanza dei valori estetici e, grazie a ciò, realizza un organismo perfettamente equilibrato dal punto di vista sia strutturale sia funzionale.

Filippo V di Borbone

Le guerre per la successione della Polonia (1733-1738) e dell’Austria (1740-1749) rallentano ulteriormente i lavori. Il successivo periodo di pace coincide con l’attuazione delle note riforme asburgiche ispirate ad un dispotismo illuminato. Notevoli sono le novità per quanto riguarda la politica in materia religiosa. L’imperatrice Maria Teresa (1717-1780 ) abolisce 1 ‘inquisizione, la censura ecclesiastica sui libri, il diritto d’asilo esercitato dalle chiese, dai conventi e dai monasteri. Il suo successore al trono, il figlio Giuseppe II, per mezzo dell’editto di tolleranza del 1781, sancisce la fine detta discriminazione nei confronti di coloro che professano religioni diverse da quella cattolica. Egli attua una politica tesa al controllo detto stato sulla chiesa e volta a limitare all’ambito spirituale il potere pontificio.

Relativamente ai conventi ed ai monasteri si decide di sopprimere quelli parzialmente dediti ad opere caritative e di espropriarne i beni. Inoltre sono messi in discussione anche gli antichi privilegi giurisdizionali del clero.

Dal 1782 al 1848, un compaesano, un certo Giuseppe Antonio Nidasio, tiene un diario di cui rimane una copia trascritta dal parroco di Torre del Mangano don Angelo Chiara (1880-1941). Ecco alcune parti del manoscritto concernenti il Settecento. “1782 – Il giorno dei Corpus Domini ho spantegato li fiori vestito da angiolo”. Una delle feste più solenni dei Certosini è il giorno del Corpus Domini. Viene organizzata una processione che si snoda dal chiostro piccolo al grande, fino al pergolato, per ritornare quindi in chiesa. Alla funzione partecipano tutti gli abitanti dei dintorni ed i bambini, vestiti da angeli ed adornati di fiori, vengono fatti trotterellare di fianco al preziosissimo baldacchino. Nel 1782 si tiene l’ultima processione del secolo XVIII, con la solita pompa.

A lato del baldacchino il Nidasio, insieme ad altri ragazzini che portano i fiori, inciampa nella veste d’angelo e cade. L’incidente viene annotato nel diario. “1782 – 16 dicembre, soppressione delli Certosini.

1784 – 28 ottobre, venuti li padri cistercensi. 1797 – 15 maggio, levato il piombo dai chiostri. 1798 – 23 maggio, sospesi li Cistercensi. 1789 – 27 luglio, venuti li padri carmelitani scalzi. 1798 – lo dicembre, levato il piombo sopra la chiesa”.

Mentre la Lombardia sotto l’impulso di un Illuminismo particolarmente vigoroso opera riforme in campo culturale, economico, fiscale, dopo la seconda metà del Settecento la Certosa accusa uno dei colpi più duri della sua lunga storia. Pochi anni dopo la pace di Hubertsburg (1763) con cui si apre per l’Europa un periodo di tempo complessivamente tranquillo, durato fino alla Rivoluzione francese, il 21 ottobre 1782, l’imperatore Giuseppe II (1741-1790), con indebita intromissione nel campo della podestà strettamente ecclesiastica, come già sottolineato in precedenza, decreta la soppressione degli Ordini contemplativi.

Giuseppe II D’Asburgo Lorena

Con la partenza dei figli di san Bruno, la Certosa perde il suo valore umano e religioso di ricca secolare testimonianza di vita silenziosamente operosa e diventa un monumento per i soli amanti dell’arte. Nel 1784 tornano alla Certosa alcuni padri cistercensi di Acquafredda nel Comasco e di Cava nel Cremonese.

Dal 28 maggio 1796 al 28 aprile 1799 i Francesi rimangono nei nostri territori apportando rovina e devastazione. Nel maggio del 1797 sono abbattuti i giganteschi pioppi del viale, che, in doppio filare, portano da Torre del Mangano alla Certosa.

In seguito all’allontanamento, avvenuto nel 1798, dei monaci cistercensi, la custodia degli edifici sacri viene momentaneamente affidata ai Carmelitani scalzi di Varese e Concesa, che saranno a loro volta soppressi con decreto napoleonico. “In forza della decisione dei Direttorio dell’11 Messidoro .anno VI (30 maggio 1798) viene consegnata ai padri carmelitani, traslocati nella Certosa, la chiesa con il coro, la sacrestia, il lavatoio aderente ed il circondario nonché gli annessi giardini priorali e l’ortaglia, come pure mobili ed arredi” (CNR – La Certosa di Pavia).

Napoleone Bonaparte

Nel 1798 Napoleone Bonaparte (1769-1821) dà ordine di togliere tutto il manto di piombo dalla chiesa. Neve, acqua e vento arrecano danni ingenti agli affreschi delle volte e delle navate.

Secondo l’architetto Luca Beltrami (1854-1933) il periodo di devastazione napoleonica arreca un tale danno alla Certosa da non poter essere più riparato negli anni successivi: ancor oggi possiamo valutarne la conseguenza. Le truppe francesi, infatti, sfregiano marmi preziosi, disperdono sacre reliquie, sforacchiano con proiettili affreschi. Paramenti ed arazzi pregiati sono fatti a brandelli.

Viene sfilacciato e successivamente ridotto in stracci, nonché depredato delle pagliuzze d’oro e delle pietre preziose di cui è intessuto ed adorno, il baldacchino usato per le processioni del Corpus Domini. L’esercito giacobino prende a martellate gran parte dei bassorilievi scolpiti nello zoccolo della facciata e nel portale d’ingresso. Asporta dalla biblioteca incunaboli, miniature preziose ed anche tele di grande valore artistico fra cui il famoso polittico del Perugino.

La vicenda artistica della Certosa, iniziata per volere di Gian Galeazzo Visconti, che ne ha fatto uno strumento ed un simbolo della sua potenza, si conclude, aiutati ormai i metodi di governo e le strutture economiche, con un altro gesto politico che, sebbene ritiri ad offuscare il significato cristiano del complesso monumentale, non riesce, tuttavia, a cancellare la sua secolare testimonianza di arte, di storia, di fede lombarda.

Giovanni Migliara Facciata dal Vestibolo di ingresso

Il diario di Giuseppe Antonio Nidasio, nelle sue parti più significative, così prosegue:

“1801 – 13 giugno, venuta una tempesta circa una libbra grossa.

1802 – 21 maggio, gran terremoto.

1805 – 11 novembre, giunto il papa in Alessandria per il passaggio della consacrazione di Napoleone a Parigi.

1806 – 26 maggio, Napoleone Bonaparte viene incoronato nel Duomo di Milano.

1807 – 6 luglio, si fanno entrare li padri carmelitani alla Certosa.

1810 – maggio, soppressione delli Carmelitani in Certosa.

1814 – 17 febbraio, arrivata la nave alla conca del paese”. La data segna l’arrivo del barcone, utilizzato per il trasporto fluviale di materiali e merci, fino alla conca del naviglio a Torre del Mangano.

1814 – 31 maggio, detronizzazione di Napoleone con tutti li suoi regni.

1817 – 24 giugno, venuto in Certosa il duca di Genova con sua moglie.

1819 – 3 agosto, venuta la tempesta a Casatico, rovinati i risi; 28 ottobre, si sono tagliati i risi.

1825 – 29 maggio, venuto il re di Napoli, sua moglie ed il principe di Salerno.

1835 – 26 ottobre, giunta la regina del Piemonte, sorella del re di Napoli.

1843 – 3 agosto, venuti li padri certosini.

1843 – 21 dicembre, prendono possesso li Certosini.

1844 – 6 giugno, li monaci hanno fatto la processione nel chiostro: io ho portato il baldacchino ed hanno favorito il pranzo.

1844 – 18 giugno, venuta grande tempesta.

1845 – 14 agosto, un cavallo con timonella (calesse) entra in chiesa nell’ora del vespro correndo fino al cancello: i padri continuano il loro ufficio”. Non è la prima volta che succede un fatto del genere. Il piazzale antistante la chiesa è raggiungibile dall’esterno e qui vengono lasciati i calessini trainati dai cavalli. Può capitare che qualche quadrupede entri nella basilica e, spaventato dal rimbombo provocato dal rumore degli zoccoli, si metta a correre tra le navate.

1845 – 16 ottobre, venuta la granduchessa della Russia, sorella del granduca Michele.

1845 – 18 ottobre, venuto l’imperatore Nicolò di Russia con sua moglie.

1848 – 19 marzo, incominciata a Milano la rivoluzione che dura cinque giornate in seguito alla quale i Tedeschi vengono scacciati il 22 del suddetto mese ed arrivano i Piemontesi.

1848 – 5 agosto, tradimento di re Cario Alberto che conduce ancora i Tedeschi a Milano”.

Con queste parole termina il diario.

Dopo l’ultima soppressione dei religiosi decretata nel 1810 da Napoleone, la custodia della Certosa rimane unicamente affidata ad un sacerdote, già Carmelitano scalzo, dipendente dal Subeconomato dei Benefici vacanti di Pavia.

Il governo austriaco, dopo la caduta del Regno italico, si interessa della Certosa, assegnando un fondo per le spese necessarie alla conservazione degli edifici: ma è un assegno troppo esiguo, sia rispetto alla larghezza dei mezzi, che sono a disposizione del monastero e della chiesa, sia per la vastità ed all’importanza dei fabbricati, sia di fronte ai bisogni sempre più aggravati dalla passata incuria e dalla mancanza di una regolare custodia. “Il silenzio claustrale d’altri tempi diventa quello dell’abbandono e della squallida solitudine: il vivo sentimento della creatività che aveva dato vita alle meraviglie della Certosa, trova scarsa eco nello studioso di quell’epoca, che cresce in mezzo alla fredda e monotona imitazione dell’arte antica, in così aperto contrasto con le svariate manifestazioni del Medioevo, del Rinascimento e del Barocco” (Beltrami). In omaggio a quella ripresa del sentimento religioso, che tien dietro a periodi troppo agitati, i Certosini, sessantun anni dopo l’abbandono della loro prediletta sede, vi fanno ritorno, in seguito al decreto, datato 17 giugno 1843, dell’imperatore Ferdinando I (1793-1875): la presa di possesso avviene il 21 dicembre con solenne atto, cui intervengono autorità civili ed ecclesiastiche. A questo ritorno si interessano alcuni nobili milanesi tra cui il conte Giacomo Mellerio, il quale, morendo, lega una parte della sua sostanza a favore della Certosa.

Come conseguenza della legge n. 3036 del 7 luglio 1866 i padri certosini abbandonano il monastero nel settembre del 1880.

Lo Stato, pertanto, provvede a requisire i beni delle congregazioni e degli ordini religiosi. Varata nel tentativo di sanare il deficit pubblico, la legge toglie ogni riconoscimento giuridico alle realtà clericali su richiamate ed assegna i loro beni al demanio, con l’obbligo per lo Stato di versare a favore del fondo per il culto una rendita del 5%.

I fabbricati dei conventi e dei monasteri soppressi sono assegnati a quelle pubbliche amministrazioni, che ne fanno domanda, per la creazione di scuole, asili, ospedali. La Certosa non è affidata ad alcun ente locale poiché si trova tra i cinque monasteri (di Montecassino, di Cava dei Tirreni, di san Martino della Scala, di Monreale, della Certosa presso Pavia) dei quali il governo italiano si assume la conservazione degli edifici e di quanto in essi custodito (biblioteche, archivi, oggetti d’arte…).

Dal 1881 la Certosa entra a far pane dei beni amministrati dal regio Ministero per l’Istruzione pubblica il quale provvede a patrocinare illuminati lavori di restauro. Nel 1891 la custodia degli edifici sacri viene affidata all’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti in Lombardia, con sede in Milano.

Sul finire del secolo XIX, esattamente nel 1897, mons. Ceriani, prefetto della Biblioteca ambrosiana, viene più volte alla Certosa.

Da diciassette anni i monaci sono partiti ed i manoscritti non sono più tenuti in ordine; necessitano pertanto di una sistemazione completa e generale. Di questo appunto vuole occuparsi mons. Ceriani con il suo collaboratore don Achille Ratti (1857-1939).

Alla morte del prefetto, l’assistente prende il suo posto e prosegue nel lavoro riordinando in nuove scaffalature la preziosa ma troppo abbandonata raccolta di libri. Nel 1899, per alcuni mesi, il sacerdote ogni mattina scende dal treno proveniente da Milano, entra dalla parte posteriore del podere e si reca al monastero, dove rimane fino a sera inoltrata. A mezzogiorno consuma un pasto frettoloso fra le polverose pile di libri. Il signor Angelo Alberizzi di Torre del Mangano, nelle sue memorie, ricorda con piacere l’affabilità del religioso che spesso lo pregava di portargli un po’ d’acqua, per scacciare la polvere dei libri dalla gola ed aggiunge che egli rimaneva a parlare con lui approfittando della breve sosta durante il suo pesante lavoro. Don Achille Ratti verrà eletto sommo Pontefice, con il nome di Pio XI, il 10 febbraio 1922. In un’udienza concessa nel 1932 al procuratore dei Certosini, tornati al monastero dei Visconti, il Papa dirà con un sorriso: “Ah.’ La Certosa … la Certosa …; la conosco come le mie tasche… “.

Primo Decennio

Un anonimo poeta, sulle pagine della Provincia pavese, nell’edizione del 7 gennaio 1900, ricorda il fondatore della Certosa con il seguente sonetto:

“Sur une verte plaine, intacte, mais isolée, surgit ce temple blanc, d’une ligne parfaite. Nulle inspiration n ‘a jamais égalé, dans le marbre et l’arain, ce rêve de poète. La Renaissance pure en ces lieux se reflète évoquant l’àge d’or tout vibrant envolé; et sous les arceaux flotte une clarté discrète, un silence profond . par aucun son troublé. Auprès de Galéas dort la jeune Isabelle: tels, en la nuit d’amour devenue éternelle, ses beaux cheveux andés se répandaient en flots. Il gisent côte à côte étouffés par le More. L’existence est si terne en ce temps incolore qu’on envie, à ces morts, leus somptueux repos”.

Gli interventi di restauro al complesso monumentale proseguono ed interessano il consolidamento delle parti scultoree e decorative ammalorate, il campo della statica (con lo smontaggio completo ed il rifacimento dei gugliotti laterali) e quello più strettamente conservativo (con la sostituzione delle parti del rivestimento maggiormente deteriorate).

Secondo Decennio

Il problema della salvaguardia strutturale del celeberrimo edificio è sempre all’ordine del giorno

I lavori alla fronte del tempio proseguono a rilento. La relazione sulla perizia eseguita il 17 luglio 1912, redatta dalla Soprintendenza ai monumenti della Lombardia, così riferisce: “Il restauro della campata verso tramontana della facciata della monumentale Certosa è non solo necessario ma urgente. I marmi policromi che ne formano il rivestimento sono in parte corrosi, in parte sgretolati e lesionati, facilmente movibili e sono staccati dalle strutture murarie. I mastici, che ne collegano tra di loro le diverse lastre, i pilastri e gli archi, sono caduti; le sbarre di ferro che sostengono i singoli pezzi sono arrugginite e contorte; le lamine di rame, formanti le coperture degli sporti, sono deformate, staccate alle basi e consumate, lasciando adito all’acqua di filtrare tra pietra e pietra. In questo modo gli agenti atmosferici, principalmente i forti geli e disgeli, compiranno la distruzione dell’insigne opera d’arte se non si provvederà, con giusti criteri tecnici, ad un radicale ed accurato restauro, impiegando marmi delle migliori qualità, sostituendo chiavelle di bronzo ed alluminio alle sbarre di ferro, migliorando con cemento e rifacendo con mattoni forti speciali le parti di muratura deteriorate, collegando tra di loro le nuove lastre coi migliori mastici della Germania ed assicurandole posteriormente con beveroni di cemento.

Nel 1914 scoppia la grande Guerra. L’Europa si tinge di sangue, ma alla Certosa regna la pace dell’abbandono: le celle sono deserte, la chiesa è spoglia. La Soprintendenza ai monumenti cerca di proteggere il monastero e la chiesa mettendo al sicuro i pezzi artistici più preziosi. Vengono costruite opere di protezione al basamento della facciata contro le eventuali incursioni aeree.

All’interno della basilica tutti gli oggetti, le statue e gli ornamenti sono messi al riparo. Il cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, che non può essere trasportato, viene ricoperto da una piramide di sacchi di sabbia. La situazione diventa veramente tragica nel 1917. Con la ritirata di Caporetto si teme l’invasione austriaca. La Soprintendenza invia allora alcuni autocarri a prelevare le opere d’arte (tele, crocifissi, vetrate, codici, tavole…) perché siano trasportate a Roma in luoghi sicuri. Dopo il conflitto mondiale ogni cosa viene restituita. Così quello che per il mondo è un vero massacro ed una fonte di rovina, per la Certosa ha un’incidenza ridotta, certamente minore delle scorrerie vandaliche degli eserciti stranieri che in passato l’hanno molestata.

Terzo Decennio

Nel 1922 si recuperarono la sommità del campanile ed alcuni gugliotti dell’abside. Proseguì il restauro della facciata. L’intervento più importante riguardò il disfacimento e la ricomposizione dei due gugliotti laterali. I lavori vennero condotti con ogni intelligenza. Le parti ornamentali più interessanti e statuarie non furono toccate ma solo silicalizzate, mentre quelle sagomate, guaste, vennero rifatte con un identico materiale; solo il nero di Varenna, impiegato netta facciata, fu sostituito dal Serpentino d’Oira.

Sia questo restauro, sia quello della cupola e dei gugliotti attribuibili, forse, all’Alessi, vennero facilitati per la gran quantità di pietra d’Angera disponibile. Il marmo fu gentilmente concesso a prezzi di favore dall’Amministrazione della fabbrica del Duomo di Milano.

Le provviste del marmo della cattedrale milanese, fatte dal 1905 al 1913, permisero di eseguire tutti i restauri, ed in cantiere vi è oggi ancora tanto materiale che venduto potrebbe reintegrare il capitate speso in origine per il suo acquisto. I lavori in pietra dura per i rivestimenti della facciata vennero eseguiti dai nostri operai, essendo il cantiere provvisto di macchine per detta lavorazione. Speciale lode merita la mano d’opera locale che è capace di fare qualsiasi lavoro. In Certosa non entra che la materia prima e tutto si fa sul posto. Esempio che dovrebbe essere imitato” (CNR – La Certosa di Pavia).

Nel 1926 il cavaliere Ettore Modigliani viene nominato gran soprintendente della Certosa. Al ministro della pubblica Istruzione trasmette una lettera di cui riporto la parte più significativa: “Si sono completati i restauri della fronte e tolte le armature di servizio che, durante i lavori, ne nascondevano alternativamente una parte. La facciata si presenta ora nell’assetto lindo e sano che le permetterà ancora una lunga esistenza” (CNR – La Certosa di Pavia).

Da alcuni giornali viene sottoposto all’attenzione dell’opinione pubblica il problema della mancanza di religiosi alla Certosa. “Il monumento acquisterebbe moltissimo se fosse affidato ai suoi naturali abitatori, a coloro per i quali era destinato: i monaci certosini. Oggi la Certosa sembra un ente senz’anima ridotto allo stato di museo” (Il Popolo di Pavia del 5/5/1926).

“Un pontefice di santa memoria, Pio X, volle che nei seminari si introducesse lo studio della storia dell’arte, appunto perché il clero fosse edotto nei suoi doveri verso le espressioni del campo estetico. E la Commissione pontificia d’arte sacra ha dato le più sagge prescrizioni in materia per tutelare la dignità morale delle chiese e bandirne gli oggetti indegni. Noi facciamo appello alla buona volontà dell’uomo ed all’intelligenza nuova perché avvenga, al più presto, la riconciliazione della nostra fede con l’arte sacra; inoltre noi siamo del parere che i templi, anche se monumenti, debbano essere riconsacrati e sia loro ridata l’anima. Le strutture artistiche nate per la religione devono essere vivificate dal culto” (Il Ticino dell’ 1 1/3/1927).

Quarto Decennio

Papa Pio XI, comprendendo benissimo l’importanza del sacro edificio, avendo lavorato per molti mesi nella biblioteca, impone ai monaci di ritornare e di restituire l’abbazia al culto. “Ieri, 9 ottobre 1930, una commissione di monaci si è incontrata nel monastero visconteo con il commendatore Modigliani, della regia Soprintendenza ai monumenti della Lombardia, incaricato dal governo di consegnare agli ecclesiastici l’insigne complesso architettonico. Ormai l’annosa questione è risolta: non rimangono che alcune formalità da definire: i figli di san Bruno ritorneranno alla Certosa.

La notizia ci commuove e, siamo certi, riempirà di gioia quanti hanno coltivato in cuore per lunghi anni la speranza che la meravigliosa chiesa, con annesso monastero, fosse riaffidata finalmente ai suoi custodi naturali: i Certosini. In questi giorni il sogno diventa realtà. Il freddo cenobio, su cui posarono tanta polvere il tempo e l’oblio, si rianima, ripalpita, ritorna in vita dalla morte come nella visione del profeta Ezechiele. Ciò che era stato per lunghi anni un malinconico, freddo e desolato tempio dell’arte, un museo di cose morte, diviene ancora la viva, fresca, palpitante casa del Signore. Le vie della Provvidenza sono infinite. Noi, che su queste colonne non abbiamo tralasciato occasione al fine di riaffermare il sacro diritto in nome della fede, della giustizia e dell’arte, esultiamo per il ritorno dei religiosi alla più fulgida gemma della nostra terra lombarda. Benediciamo Iddio per averci fatto la grazia di assistere a questo ritorno che rappresenta resurrezione e vita. Siamo inoltre grati agli artefici di questo giorno che vede riparata una ben grave ingiustizia perpetrata in tempi di settarismo e di leggi eversive. Ora le ombre dei grandi cenobiti si aggireranno placate e benedicenti alla riconsacrazione” (Il Ticino del 10/10/1930).

“Negli uffici dell’Intendenza di finanza è rogito l’atto definitivo di cessione in uso di parte della Certosa che torna, dopo più di cinquant’anni, a quei monaci per i quali essa venne fondata. Il capitolato si compone di ventidue articoli e contempla ogni particolare della coesistenza dell’autorità civica e religiosa alla Certosa, definendo le parti del monastero che saranno lasciate in uso assoluto ai discepoli di san Bruno, quelle in uso promiscuo e quelle che rimarranno come sono attualmente, conciliando le esigenze interne con quelle esterne dei turisti in visita al monumento. Il Governo nazionale, assai saggiamente, ha assecondato il desiderio comune della popolazione lombarda che voleva il santuario mariano affidato ancora agli ecclesiastici.

Perciò oggi siamo lieti che la nostra abbazia ridivenga luogo di preghiera e di vita, che i monaci tornino a salmodiare nel tempio, a passeggiare nei chiostri, a ripopolare le celle, a fare opere di bene. Il capitolato salva e tutela i diritti del clero e dell’arte con soddisfazione unanime” (Il Ticino del 22/7/1932).

Il 25 luglio 1932 si sparge la notizia che due giorni dopo ci sarebbe stata la cerimonia di affidamento della Certosa ai Certosini. La consegna, invece, avviene alle ore 14.00 del 26 e ciò per tentare di evitare il pubblico che non sarebbe mancato. Il mattino, inaspettatamente, un mondo intero di gente, accorsa da paesi, città vicine ed anche relativamente lontane, giunge al monumento per vedere l’ingresso dei figli di san Bruno. Sono presenti autorità religiose e civili. Dopo una ricognizione nel monastero si svolge nel refettorio, esattamente alle ore 16.30, il semplice ma significativo ‘rito’ della firma. Al termine è inviato al Duce il seguente telegramma: ‘Intervenuti cerimonia ritorno alla Certosa dell’Ordine designato dal voto di Caterina Visconti, rivolgono a S. E. che, benevolmente, ha dato suo alto assenso, un pensiero devoto, nel momento di lasciare il tempio la cui bellezza ora si accresce per la suggestività del culto. – Il prefetto Turbacco – Il vescovo Ballerini – Il soprintendente Modigliani – Il procuratore generale dell’Ordine certosino Maubon ‘. “Troppo appariscente è lo stato di stizza e di rabbia del comm. Modigliani. Il che dà luogo ad un piccolo incidente che poco manca non degeneri. Anche il vescovo ed il prefetto, invitati a commentare brevemente l’avvenimento come intervenuti, aggiungono rispettivamente: – Sono lieto del ritorno dei padri certosini e mi auguro che non lascino più la Certosa – e – Con animo lieto, con sentimento di riverenza saluto l’Ordine al quale il governo fascista ‘restituit rem’ -.

Il soprintendente protesta che non si tratta di una restituzione, ma di una semplice consegna, pretendendo dal prefetto la sostituzione del verbo ‘restituit’ con ‘commodavit’. Da qui il bisticcio abbastanza vivo. Il prefetto, però, non cede e la cosa finisce con il congedo di tutte le autorità e del comm. Modigliani in modo tutt’altro che cavalleresco” (don Angelo Chiara).

Il clero si raccoglie quindi attorno all’altare maggiore a recitare una breve preghiera: la Certosa si vivifica dopo cinquantadue anni di morte. Il complesso monumentale, tuttavia, è piuttosto malconcio: nelle celle, quando piove, si deve entrare con l’ombrello, essendo le coperture dei tetti rovinate; le finestre e le imposte sono distrutte; i muri ed i pavimenti sono da ristrutturare; i pozzi da spurgare; le cucine, le dispense, la portineria da arredare ‘ex novo’. Per i preparativi del ritorno di altri Certosini viene incaricato padre Stefano Casolari (destinato ad essere priore del monastero), che resta in casa del parroco di Torre del Mangano, don Chiara, dal 31 luglio fino al 17 di agosto, recandosi però tutti i giorni alla basilica. “Nella casa parrocchiale è ospite graditissimo, amabilissimo e delicato mio confortatore. Il 17 agosto, essendo compiuta la preparazione dell’indispensabile, padre Casolari fa la sua entrata nel sacro edificio e con lui un vicario ed alcuni monaci conversi. Questi sono i religiosi tornati nella Certosa del conte di Virtù” (don Angelo Chiara).

La terra lombarda, fertile ed irrigua, ha una profusione di opere d’arte che si ricercherebbero invano nelle abbazie delle solitudini alpestri. Per ridar vita a questo complesso meraviglioso i monaci sono ora venuti in piccola schiera dalla Toscana e dalla Calabria, regioni dove alcune loro case sono ‘sopravvissute’. Visitando le celle i pellegrini non sentiranno più la voce remota di antichi silenzi, ma la meditazione dei monaci di san Bruno che per tutta la vita contemplano Dio nella povertà. Richiamo l’attenzione di chi legge sulle origini dell’Ordine certosino. È fondato da san Bruno (1032-l101), nativo di Colonia (in un’epoca di vigoroso risveglio religioso, di riforma ecclesiastica, di lotta della chiesa per la sua piena libertà spirituale) intorno al 1084, in una località orrida e solitaria delle Alpi del Delfinato francese, dove l’uomo non ha mai messo piede, chiamata Chartreuse a Km. 24 nord-est da Grenoble ed a m. 1.200 di altitudine. Vi si costruisce un piccolo oratorio, dedicato alla santa Vergine, con alcune capanne disposte attorno ad una cappella.

Il vescovo di Grenoble condivide l’iniziativa intrapresa e si adopera perché venga edificato un monastero formato da chiostro, refettorio, foresteria. In questo ambiente sette monaci si ritirano in solitudine e pregano rimanendo in contemplazione. San Bruno non lascia alcuna regola scritta né pensa sia necessario farlo, dato che il suo modo di vivere è dettato vuoi dalle doti personali vuoi dalle condizioni ambientali della valle francese. Solo tra il 1127 ed il 1128, il quinto priore della Certosa di Grenoble, don Guigo, raccoglie in un manoscritto le ‘costumanze’: gli usi e le consuetudini in vigore alla Casa madre che vengono approvate da papa Innocenzo III nel 1135. Queste rappresentano il primo testo legislativo e direttivo dell’Ordine.

Nel 1176 papa Alessandro III approva lo ‘Statuto generale’, che verrà modificato a più riprese nel corso dei secoli. Il fondatore muore in povertà e semplicità nel 1101, lasciando al mondo una ricchezza che solo l’opera di un santo o di un genio poteva creare: l’Ordine certosino. I primi monaci sono per lo più di lignaggio elevato; principi, nobili, signorotti, che, per volontà paterna o per libera scelta, si rifugiano nella pace di un monastero rinunciando agli intrighi ed alle bassezze della vita mondana. Non si dedicano alla coltivazione dei campi o ad altri lavori faticosi, ma alla pittura, all’incisione, alla farmacia e soprattutto, cosa che ha creato il luogo comune sulla pazienza dei monaci, alla trascrizione di libri antichi e codici miniati. In un contesto storico di riflusso nell’eremitismo l’Ordine conosce immediatamente un grande sviluppo fondando nell’arco della propria stoffa duecentosettantuno certose (di cui ventidue di ramo femminile) e raggiunge il più grande sviluppo nel 1514 con ben centonovantasei abbazie abitate da tremila persone, tra religiosi e monache. La regola dell’Ordine, poco mutata oggi da allora, vieta di mangiare carni, cibi grassi, cacciagione. La tonaca dei Certosini è di grossa lana bianca le cui parti sono unite da una fascia. Lo scapolare è sormontato da un cappuccio. Credo interessante riportare l’orario completo che, seppure con qualche variazione, scandisce ancor oggi la vita del Certosino:

ore 22.45 – Sveglia, recita del piccolo ufficio alla Madonna e, sempre in cella, preghiera privata;

ore 23.30 – In chiesa: dopo un periodo di profondo raccoglimento, Mattutino e lodi dell’Ufficio canonico interamente cantati.

ore 1.30 – Ritorno in cella; ancora preghiera privata e breve riposo;

ore 5.45 – Recita dell’Ora prima sia canonica sia dell’Ufficio della Madonna; poi ‘Lectio divina’, sempre in cella;

ore 7.00 – In chiesa: messa cantata e, poi, messa privata dei padri; ritorno in cella dove il monaco recita l’Ora terza cui fa seguito il ringraziamento eucaristico. Successivamente lettura spirituale e studio delle scienze sacre;

ore 10.30 – Recita dell’Ora sesta, pranzo strettamente privato e lavoro manuale;

ore 13.30 – Ora nona e lavoro;

ore 16.00 – Cena in cella e recita dell’Ufficio della Madonna;

ore 17.00 – In chiesa: recita dei vespri; ritorno in cella e ancora preghiera privata;

ore 18.45 – Recita dell’Angelus; Compieta e riposo.

Il monaco digiuna ogni venerdì a pane ed acqua, non parla con i confratelli, se non in ore strettamente stabilite.

Esce dalla Certosa per andare a passeggio una volta la settimana e trascorre gran parte della propria esistenza nella caratteristica cella dal cui breve strappo di cielo le sue pupille cercano il creato. La vita piana, chiusa, sempre uguale che deve vivere fino alla morte non lo spaventa: il Certosino, spogliandosi dell’involucro materiale, trova nello spirito la vicinanza con Dio.

Il monaco irradia attorno a sé la pace nella gioia, frutto della sua conquista spirituale. “Sono stato in paradiso, ho visto gli angeli di Dio in terra” scriveva il poeta Francesco Petrarca dopo una visita al fratello Gerardo nella Certosa di Montrieux; ed il drammaturgo francese Jean Francois Ducis, dopo aver visitato quella grande di Grenoble, così affermava: “Il mondo non ha un’idea di tale pace; è quella un’altra terra, un’altra natura; si sente ma non si può definirla, codesta serenità che vi entra nel cuore. … Beati voi, Certosini, che vivendo con Dio morrete in questi eremi.’ Beato chi viene a vedervi in questo posto che voi abitate, ma cento volte più felice chi non ne esce più.’”. Durante tutta la vita il monaco tenta di penetrare nel cuore di Dio mediante la fede e la carità e, con la preghiera assidua, la lettura spirituale, la meditazione e lo studio, cerca di crescere sempre più nell’amore e nella conoscenza di Lui; tutta l’esistenza è orientata verso Cristo. Notte e giorno il religioso offre l’omaggio di amore e di adorazione che consiste nel vivere per il Signore, consacrando a Lui tutto ciò che la creatura possiede. Il Certosino è un solitario, non un isolato. La solitudine è temperata dalla vita comunitaria: dalla disposizione stessa delle celle che, sebbene separate l’una dalle altre, sono collegate in un unico chiostro creando il vincolo di comunità e di fraternità. Il monaco, pur vivendo da solo nella cella (che la considera indispensabile per la propria salvezza ed esistenza, come lo è l’acqua per i pesci e l’ovile per le pecore), avverte vicino a sé la presenza e lo sprone degli altri confratelli. “La vostra presenza – dice papa Paolo VI – diventa segno di quella di Dio fra gli uomini. Voi cantate; chi vi ascolta? Voi celebrate; chi vi osserva? Sembra che l’incomprensione vi circondi, la solitudine vi mortifichi. Ma non è così. Qualcuno avverte che voi avete acceso un fuoco; qualcuno si accorge che dal vostro chiostro si effondono luce e calore; qualcuno si ferma, guarda, pensa. Voi siete per il mondo d’oggi un richiamo, un principio di riflessione, che spesso è salutare e rigeneratore”.

“Coloro i quali adempiono l’ufficio della preghiera e della mortificazione continua contribuiscono molto più all’incremento della Chiesa ed alla salvezza del genere umano di quelli che coltivano il campo del Signore con le loro attività. Se infatti essi non traessero dal Cielo l’abbondanza delle divine grazie per irrigare il campo, gli operai evangelici ricaverebbero certamente meno frutto dal loro lavoro” (papa Giovanni XXIII). La Certosa è divisa in due parti: la prima, più accessibile, comprende la foresteria, le camere dei fratelli e dei domestici, l’appartamento del priore e del coadiutore, la cucina e la dispensa, il refettorio, il parlatorio, la sartoria, la calzoleria, la lavanderia, il forno, la falegnameria. La seconda comprende il chiostro ed è il cuore del monastero: in essa regnano la pace ed il silenzio. È zona di stretta clausura e nessuno, se non per speciale concessione del padre superiore, vi può entrare.

Qui si aprono le celle dei monaci, il cimitero, la sala del capitolo (dove si riuniscono i padri a pregare), la biblioteca, le cappelle per le celebrazioni delle messe private. La cosa che più colpisce è il cimitero. L’uniformità delle tombe è caratteristica della regola dell’Ordine certosino. Quando un religioso muore è giorno di festa perché un fratello è salito al cielo. Il corpo del monaco viene portato dalla cella alla chiesa dove, a turno, per tutta la notte successiva alla morte, i confratelli cantano l’ufficio funebre. Secondo i ‘Registri parrocchiali della chiesa di san Michele arcangelo in Torre del Mangano’, vi era alla Certosa fin dal 1676 un luogo in cui venivano sepolti sia i Certosini sia gli abitanti delle case vicine al monastero, purché di sesso maschile. La strana clausola è giustificata dal fatto che il camposanto si trovava davanti alla basilica, leggermente spostato dalla parte opposta al palazzo ducale, in zona di clausura, il cui accesso alle donne era vietato. Dal 1843 i monaci vengono sepolti nel piccolo cimitero alle spalle della navata trasversale del tempio, dove ancor oggi si vedono cumuli di terra e croci. Lì, nella pace eterna, riposano gli ultimi Certosini che pregarono per la salvezza dell’anima di Gian Galeazzo Visconti. La cella è la casa del discepolo di san Bruno. Il suo aspetto e la sua disposizione possono variare da Certosa a Certosa, ma essa consiste sempre in un’anticamera, una stanza ed un piccolo laboratorio. Vi si entra attraverso un vestibolo a forma di corridoio, che porta a destra nel giardino ed a sinistra alla scala che conduce al piano superiore. Al piano terreno vi sono i servizi ed una piccola sala da pranzo; al primo piano c’è la camera da letto. Il cibo viene passato al monaco attraverso un torno o passavivande girevole, il che gli permette di rimanere in cella anche quando riceve il pasto.

La domenica i Certosini si riuniscono in refettorio a pranzare, ma senza parlarsi, mentre un fratello legge passi delle sacre scritture.

Alle spalle della Certosa, poi, si estende il podere che dà quantità sufficiente di frutta, ortaggi e cereali per la vita della comunità.

Dopo la morte di san Bruno l’Ordine, la cui suprema autorità è costituita dal ‘Capitolo generale’ che si occupa di disciplinare la convivenza cenobitica, si propaga in tutta Europa e conosce il massimo splendore nel secolo XIV, periodo in cui, secondo il Magenta, “le Certose edificate erano più di duecentocinquanta”. Secondo l’ultimo censimento del 1° dicembre 1986 l’ordine complessivamente annovera ventiquattro certose, delle quali diciotto di ramo maschile e le rimanenti di ramo femminile. In Italia vi sono attualmente cinque comunità certosine: due maschili (Certosa dei santi Stefano e Bruno a Serra san Bruno – Catanzaro e Certosa dello Spirito santo a Farneta – Lucca) e tre femminili (Certosa a Riva di Pinerolo – Torino; Certosa di san Francesco a Giaveno – Torino e Certosa di san Marco a Vedana – Belluno) con cinquecentoquarantotto religiosi, di cui duecentoventuno coristi, centosettantasette fratelli, . cinquantatrè novizi e novantasette monache. Il 23 ottobre 1932 tutta la diocesi di Pavia si riunisce alla Certosa per celebrare il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale del proprio vescovo mons. Giuseppe Ballerini (1857-l933).

Le strade a Torre del Mangano sono brulicanti di gente accorsa da ogni parte. Alle 9.15, dopo una breve visita in parrocchia, giunge al monumento il presule, accompagnato da autorità ecclesiastiche e civili della provincia di Pavia, per celebrare la messa. All’omelia egli commenta la riapertura al culto del santuario mariano: “Ringrazio le personalità intervenute a significare l’importanza del fatto che si è compiuto: dopo più di mezzo secolo, da quando non si officiava più nella Certosa, stamane si è celebrato il santo sacrifizio della messa. Questo monastero era come un corpo senza vita; noi gliela abbiamo ridata richiamando su quest’altare il Signore, che è l’autore della vita. Cristo ha voluto riserbarmi nel mio giubileo anche questa gioia: un giorno lontano ho assistito all’esodo dei figli di san Bruno; ora ho visto il loro ritorno” (Il Ticino del 28/10/1932).

Mussolini in visita alla Certosa di Pavia
Incontro tra Mussolini ed il Padre Priore

Il 31 ottobre del medesimo anno Benito Mussolini (1883-1945), “dopo essersi recato a Pavia ed aver percorso rapidamente in automobile la magnifica strada nazionale lungo il naviglio, a mezzogiorno giunge alla Certosa. Grande è la meraviglia degli abitanti del paese essendo la visita assolutamente imprevista. Il Duce, dopo essere sceso dalla vettura giunta fino all’entrata della chiesa, all’interno del grande piazzale verde che forma suggestivo tappeto davanti alla fulgida facciata del tempio, è subito ricevuto dalle autorità locali ed ha agio di ammirare, avvicinandosi, le veramente mirabili sculture del portale d’ingresso. Poi entra nella basilica e la attraversa fino alla bellissima cancellata di bronzo. Il capo del Governo, inoltre, ammira le altre opere d’arte conservate nella chiesa. Prima di lasciare le terre lombarde il Duce incontra, nei pressi dei vestiboli d’ingresso, il priore dei Certosini, padre Stefano Casolari, con il quale ha il seguente colloquio:
S. C. – Ringrazio Iddio che mi dà la possibilità di ossequiare V. E. personalmente e di ringraziarLa per averci permesso di ritornare in questa nostra antica casa.
B.M. – Ne sono contento io pure. Come vi siete sistemati?
S. C. – Benissimo Eccellenza!
B.M. – Quanti siete?
S. C. – Cinque, per ora.
B.M. – Quanti potrete essere in avvenire?
S. C. – Venti ed anche più, speriamo.
B.M. – Che cosa fate?
S. C. – Studiamo e preghiamo soprattutto per chi non prega.
B.M. – Pregate dunque anche per me che non ho molto tempo.
S. C. – È per noi un dovere ben grato.
B.M. – Non siete disturbati?
S. C. – No, Eccellenza; non siamo disturbati né disturbiamo.
B.M. – Bene, bene, non è da tutti dire: non siamo disturbati né disturbiamo’ .
Dopo una stretta di mano frettolosa il Duce sale in auto e si allontana” (Il Popolo di Pavia del 2/11/1932).
“Sono ormai le 12,15 ed il corteo lascia la Certosa, salutato all’uscita dai contadini accorsi dalle vicine campagne. Le macchine filano verso la stazione ferroviaria del paese sollevando un fitto polverone, nell’autunno asciuttissimo, lungo le bianche strade che contornano il recinto dell’antico mistico monastero. Nell’attesa del treno per Milano il Duce si intrattiene affabilmente con i presenti e saluta gli operai dello stabilimento ‘Galbani’ che si sono adunati nelle vicinanze. Inoltre riceve un improvviso omaggio floreale da un giovanissimo balilla. Il convoglio ferroviario giunge nel frattempo alla piccola stazione ed alle 12.42 il capo del Governo lascia Certosa, salutando dal finestrino della carrozza le autorità ed il popolo” (Il Ticino del 4/11/1932).
Nel mese di febbraio del 1933 i monaci raggiungono il numero di diciassette: tredici padri e quattro fratelli. Molti furono i Certosini che vissero nel monastero visconteo. Numerosi erano filosofi, scrittori, pittori, medici. Durante la loro esistenza realizzarono opere considerate capolavori d’arte. Le biblioteche certosine sono colme di manoscritti attribuibili a padri che concentrarono il loro ingegno su svariati argomenti e ne trassero importanti monografie sulla vita dei santi, su tematiche storiche, teologiche, letterarie, scientifiche. Chi ha osservato un Certosino può darsi abbia visto un uomo straordinario; ma non lo saprà mai. Così, chi nel visitare la Certosa dopo la metà degli anni trenta avesse incontrato un monaco alto, sulla quarantina, dal tratto gentile ma leggermente distaccato, non si sarà accorto che sotto quel modesto saio si nascondeva un uomo eccezionale. Si chiamava Gabriele Costa ed era nato a Massa Lombarda (RA) nel 1898. Il suo animo sensibilissimo alle cose belle è subito attratto dalla magnificenza della nuova dimora. Per due anni trascorre ogni attimo libero eseguendo ricerche ed annotando notizie sul monumento visconteo. A conclusione del lavoro scrive con calligrafia espressiva alcuni volumi attualmente conservati nella Certosa di Farneta. Una sola delle sue fatiche è pubblicata: ‘La vita di san Bruno’, data alle stampe sotto lo pseudonimo di A. Mariani, poiché la Regola impone che non si possono pubblicare opere di religiosi viventi, con il vero nome dell’autore. In ogni lavoro riflette il suo carattere di cronista sincero ed attento, di uomo colto ed acuto. Padre Gabriele Costa lascia la Certosa nel 1938 e si trasferisce a Farneta, da dove non smette di interessarsi del monumento lombardo. Trascorrerà così in quel luogo tranquillo gli ultimi anni della sua vita. Morirà nel 1944, fucilato insieme ad un gruppo di profughi rifugiatisi nel monastero toscano ed inspiegabilmente scoperti dai Tedeschi. Nel 1934 si affronta il problema relativo alla macchiatura rossa che deturpa alcuni medaglioni dello zoccolo. A tale scopo si inviano campioni da analizzare alla facoltà di agraria dell’università di Milano e si nutrono sospetti sull’origine biologica di tali macchie. In seguito viene stesa la seguente relazione: “Accuratamente restaurata dalla regia Soprintendenza circa trent’anni fa e restituita alla sua dignità artistica, la chiesa, con tutti gli edifici annessi ed i chiostri monumentali … richiede continue cure ed un’attenta vigilanza” (CNR – La Certosa di Pavia).
Nel 1936 viene varata una nuova campagna di lavori in considerazione del precario stato di conservazione della chiesa. I restauri vengono realizzati seguendo i criteri già in precedenza adottati: sostituzione di parti logorate o mancanti (con esclusione, però, di quelle figurate), consolidamento della decorazione esistente, sigillatura dei giunti, sostituzione di copertine, levigatura, rischiatura e pulitura delle superfici. Nello stesso anno l’architetto Gino Chierici prende il posto del comm. Modigliani. In qualità di soprintendente invia una comunicazione al Ministero della pubblica Istruzione diretta a sensibilizzare una migliore conservazione del complesso monumentale. “Le condizioni generali della Certosa, il celebre monumento visitato ogni anno da decine di migliaia di turisti italiani e stranieri, sono tutt’altro che soddisfacenti. Da molto tempo non si è fatto molto ad eccezione di una piccola manutenzione al tempio, consistente più che altro nella pulizia giornaliera. Le conseguenze di questa carenza di interventi adeguati alle necessità di un così complesso corpo di edifici, mancanza forse dovuta a mezzi non sufficienti, appaiono oggi in tutta la loro gravità e, se non si provvede subito a prendere le necessarie misure, lo stato di abbandono in cui si trova la Certosa apparirà presto anche all’occhio più distratto e sono convinto che i lavori, attualmente eseguibili con mezzi relativamente modesti, diverranno difficili e costosissimi” (CNR – La Certosa di Pavia). “Nelle notti tra il 29 ed il 30 giugno e fra il 29 e 30 luglio 1937 un individuo, già conosciuto dal padre procuratore Ugo, al secolo Giacomo Floridi, compie furti ingenti nella cella del religioso che recentemente ha lamentato la scomparsa di un orologio antico e di una consistente somma di denaro, della quale era depositario in qualità di economo della comunità. Il mariuolo è stato arrestato in seguito alle indagini prontamente esperite dal maresciallo comandante la caserma dei carabinieri di Certosa di Pavia. A padre Ugo erano anche improvvisamente scomparsi libri, effetti personali ed una preziosa collezione di francobolli, raccolta in tre volumi. In un sacco che il lestofante stava trasportando a bordo di un motociclo viene rinvenuta la refurtiva subito restituita al legittimo proprietario” (don Angelo Chiara). Nel 1939 la strada che conduce alla Certosa e lo spiazzo antistante il monumento vengono sistemati. A causa del progressivo aumento di traffico di automobili e motorette dirette al monastero si sente la necessità di rendere più funzionale il viale e di ampliare il piazzale adibendolo a parcheggio. A questo si provvede allargando di due metri la strada, lastricandola con massicciate in pietrisco ed asfalto e piantando alberi e siepi ai lati. Il piazzale quintuplicato viene abbellito con la creazione di aiuole e la coltivazione di fiori e piante ad alto fusto.

Quinto Decennio

Nel 1941 la fronte della basilica, dopo un’ispezione, viene considerata in buono stato di conservazione, eccezione fatta per alcuni particolari architettonici indicati conte degradati a causa degli agenti atmosferici. La perizia viene eseguita in previsione di possibili danni bellici, per prevenire i quali si costruisce un riparo antiaereo. La facciata, impareggiabile documentazione della scultura lombarda del Rinascimento, richiede una grande opera di difesa. Vengono costruite impalcature composte da scompartimenti di tavole di legno ripieni di sabbia contenuti in un’intelaiatura di travi sostenuta ed assicurata, a sua volta, da coppie di saette e tiranti. L’enorme schermo, lungo quanto la fronte ed alto m. 14, è coperto da un tetto e poggia su traverse che distribuiscono il notevole peso sopra una conveniente superficie. Questa costruzione è stata eseguita dopo aver smontato le vetrate a colori. Contemporaneamente si sono imballati e trasportati in luogo adatto gran parte dei calchi in gesso che formano l’interessante gipsoteca della Certosa.
Nel 1944 il soprintendente Gino Chierici, con l’acuirsi dell’azione bellica, per l’incolumità del monastero e del tempio, così si pronuncia: “La difesa di uno dei monumenti più noti dell’arte italiana e giustamente famoso in tutto il mondo deve stare a cuore ad ognuno perché la sua menomazione e, peggio ancora la sua distruzione sarebbe titolo di perenne vergogna per chi l’avesse provocata o non avesse tentato di evitarla. Sono infatti profondamente preoccupato per l’intensificarsi delle operazioni belliche nell’Italia settentrionale, e poiché è tecnicamente impossibile difendere con opere efficaci un così vasto complesso architettonico, altro non resta che invocare dalle parti in guerra il rispetto della Certosa. Tale rispetto non può essere accordato se non a condizione che il monumento si mantenga in modo assoluto e inconfutabile estraneo alla lotta. Nel monastero, nella basilica e nei fabbricati dipendenti non esiste nulla che possa lontanamente riferirsi al conflitto in corso. Auspico che tutto il complesso monumentale, che costituisce un’oasi nella campagna lombarda, quindi perfettamente visibile dall’alto, possa essere avvistato ed identificato con grande facilità”. Si ottiene, dopo laboriose trattative, di risparmiare dai bombardamenti delle due parti belligeranti la Certosa, essendo il monumento in piena campagna e quindi di facile avvistamento dall’alto.
12 agosto 1946: la salma di Benito Mussolini è ritrovata nella Certosa avvolta in due sacchi di tela gommata, chiusa in un baule di legno, di m 1, per cm 60, rinforzato da strisce di ferro. Il trafugamento del cadavere del Duce, avvenuto alcuni mesi prima per iniziativa di alcuni neo-fascisti, con le vicende susseguitesi, appartiene ad una cronaca falsata dagli interessi e dal malcostume dei partiti politici di allora. A farne le spese, con alcune settimane di carcere, sono i Francescani padre Parini e padre Zucca, che non hanno avuto alcuna parte nelle operazioni di trafugamento, accettando, a fatto compiuto, di diventare i custodi di quei miseri resti fin che si fossero avverate le condizioni per una nuova, legale, dignitosa sepoltura. La stampa chiama in causa anche i padri della Certosa accusandoli d’aver occultato, nel monastero, il cadavere del Duce. La notizia del ritrovamento si sparge per Pavia in un baleno, suscitando sorpresa e vivace interesse, e quasi rasenta l’incredulità. Commenti, supposizioni, deduzioni si susseguono e si scambiano tra la popolazione esterrefatta. La scomparsa della salma di Benito Mussolini aveva provocato, tempo addietro, una giustificata impressione, gradatamente attenuatasi per le inconclusive indagini condotte. Ora, improvvisamente, la notizia riaccende nei cuori la curiosità ed il desiderio di conoscere ‘l’odissea’ dei miseri resti del Duce.
Pochi mesi dopo la macabra vicenda del trafugamento della salma del Duce, i vecchi monaci, a causa di molti e svariati motivi (ai quali non furono estranee le condizioni spirituali, morali ed economiche in cui erano costretti a vivere ed a svolgere la loro nobile missione, ma soprattutto per il grave assottigliamento di membri che la seconda Guerra mondiale aveva operato nel santo benemerito Ordine claustrale) abbandonano il monastero. Essi per alcuni anni avevano dato al sacro edificio, con la loro presenza e la loro preghiera, note di alta spiritualità ed insieme di ‘colore storico’. L’attività di manutenzione della facciata riprende nel 1948 con una nuova campagna di sigillatura dei giunti, stuccatura delle fessure, affrancatura delle lastre ed apposizione di piccoli tasselli. La Certosa resta chiusa al culto fino al giorno in cui, nel 1949, viene affidata alle cure dei padri carmelitani.

Sesto Decennio

Durante questo decennio, ad eccezione dell’importante intervento di restauro al chiostro grande portato a compimento dal 1953 al 1959, alla Certosa si eseguono i seguenti lavori di ordinaria, manutenzione: nel marzo 1951 si effettuano le stuccature sulla facciata; nel 1953 si sostituiscono le soglie delle celle; nel gennaio 1956 si inizia la pulizia delle gallerie intorno alla chiesa; nel 1957 vengono riparati i tetti e portata a compimento la pavimentazione dei due chiostri.

Nell’autunno del 1952 si ricordano cinque secoli e mezzo dalla morte di Gian Galeazzo Visconti e seicento anni dalla sua nascita, avvenute, rispettivamente, il 3 settembre 1402 ed il 16 ottobre 1351. È rara una tale coincidenza, che consente di celebrare contemporaneamente due importanti avvenimenti storici. La manifestazione invita a ripensare con ammirazione alla figura di questo principe morto sul punto di legare il proprio nome a quello dell’Italia. La celebrazione si svolgerà in due ambienti: alla Certosa ed a Pavia. L’iniziativa, presa dai padri carmelitani scalzi che attualmente officiano in questo monumento dell’arte cristiana, incontra i più vivi consensi. Il cardinale Adeodato Giovanni Piazza, principe di santa chiesa, rappresenterà il papa e saranno presenti altresì autorità ecclesiastiche e civili. La funzione religiosa avverrà alla Certosa, accanto al mausoleo del duca di Milano, mentre quella civile si svolgerà a Pavia, al castello visconteo ed all’università, della quale istituzione il conte d’Anghiera fu grande sostenitore. L’atmosfera di viva attesa per i grandiosi festeggiamenti assume, in questi giorni, un tono ardente per il lieto susseguirsi di notizie interessanti ed illustrative dell’avvenimento.

Nel 1953, a causa del tempo e dell’umidità, le decorazioni in cotto del chiostro grande, di fattura straordinariamente delicata, iniziano a staccarsi dal supporto sul quale poggiano ed a sgretolarsi. Si deve al prof. Gino Chierici, divenuto conservatore del monastero in quegli anni, ed alla sua geniale trovata (spennellare i cotti con una soluzione di cera associata a trementina) se il rapido sfacelo delle decorazioni viene definitivamente fermato.

Settimo Decennio

All’inizio degli anni ’60 i padri carmelitani scalzi abbandonano la Certosa. Per alcuni anni, fino all’inizio del mese di novembre del 1968, il complesso monumentale resta chiuso al culto. Soltanto la domenica e nelle festività religiose, alle ore 9.00, il parroco del paese, don Giovanni Vacchini (1905-1988), celebra la messa nella cappella di sant’Anna, approntata nella foresteria. Per la situazione venutasi a creare, da parte delle autorità ecclesiastiche e civili vi è una continua attenzione, anche se occulte ed astute manovre si sforzano di mantenere la Certosa nel suo melanconico aspetto di mausoleo anziché di trasformarla in un’oasi di raccoglimento e di meditazione. La situazione al momento è la seguente: il cenobio è di proprietà dello Stato, la custodia è affidata alla Soprintendenza ai monumenti della Lombardia. Otto dipendenti, i cosiddetti ‘ciceroni’ fanno da guida ai visitatori. Un ordine monastico, per trasferirsi alla Certosa, chiede garanzie ed inderogabili condizioni: l’officiatura della basilica, la custodia del sacro edificio e la concessione del podere agricolo (circa 450 pertiche) attualmente condotto dall’ordinatario diocesano”

Nell’aprile del 1965 si hanno importanti ed intensi incontri fra i rappresentanti dei Cistercensi e gli incaricati della Soprintendenza ai monumenti di Milano. L’augurio di tutti i cittadini è che l’epilogo di questa vicenda avvenga al più presto impegnandosi le parti a superare con buona volontà le remore che si frappongono ancora.

Nel 1966, finalmente, un lieto annuncio viene dato alla comunità diocesana: il sacro cenobio sarebbe ritornato, nel giro di due anni, luogo di preghiera e di culto con la presenza di monaci cistercensi. La notizia si diffonde il 22 febbraio e suscita ovunque un’ondata di entusiastici consensi. Finalmente la Certosa ritorna ad essere tempio di Dio e casa di orazione, così come l’ha concepita e voluta il suo fondatore, così come la desidera la gente che al monastero si reca prima di tutto per pregare. I Cistercensi provengono dalla celebre abbazia di Casamari ed officeranno la basilica, l’avranno in custodia e guideranno i turisti nelle visite al monumento.

La chiesa pavese vive una data luminosa e memorabile: il 10 novembre 1968 i monaci tornano alla Certosa. In ossequio al rigore giuridico che presiede alle relazioni tra gli uomini e gli organismi costituiti, si deve affermare che è lo Stato a restituire il monumento ai religiosi; ma per quella libertà che è tipica dello spirito, si deve dire che sono i Cistercensi a restituire la Certosa alla sua primitiva destinazione di santuario mariano, inestimabile tesoro di fede, di civiltà e d’arte. La manifestazione riveste un carattere di particolare solennità ed un apposito comitato organizza la cerimonia. “I Cistercensi giungeranno alla Certosa nel primo pomeriggio del 10 novembre e prenderanno possesso dell’insigne monumento con una solenne concelebrazione.

Alle 14.30 una marea di gente occupa ormai tutto il piazzale, il grande viale alberato e le strade che corrono lungo le alte e maestose mura del monumento. È una vera moltitudine che stringe quasi in un caloroso abbraccio la splendida costruzione e che testimonia quanto sia profondo, vero e sentito, il desiderio di veder ripopolato l’antico cenobio. La ressa dell’immensa folla rende difficoltoso l’arrivo dei monaci, i quali faticano ad aprirsi un varco ed a giungere all’atrio della basilica dove incontrano ufficialmente le autorità ed il popolo pavese. Il gruppo di monaci costituenti la nuova comunità Cistercense, alla cui guida vi è il priore don Vittorino, viene accolto da alcuni prelati, dagli abati Buttarazzi di Casamari, Rovasini di Chiaravalle e Battista (padre procuratore preside generale dell’Ordine), dal capitolo della cattedrale di Pavia, dal prevosto don Vacchini, dalle massime autorità provinciali, dal sindaco del paese e soprattutto dalla folla plaudente. Parole di benvenuto e di augurio vengono loro rivolte, rispettivamente, dai presuli pavesi e dal primo cittadino di Certosa di Pavia. Quindi si compone il lungo corteo che processionalmente introduce i figli di san Bernardo a prendere possesso del monastero.

Mi pare doveroso fornire alcune notizie sull’Ordine. Anzitutto bisogna premettere che i Cistercensi sono monaci appartenenti ad uno dei numerosi rami della grande famiglia di san Benedetto da Norcia. Per merito di Carlo Magno, il monachesimo benedettino si sparge in tutto il sacro romano impero, assumendo qua e là caratteristiche proprie. In Francia il più importante cenobio è quello di Cluny. L’osservanza cluniacense ha centinaia di case dipendenti. Una di queste è l’abbazia di Molesme, dove avviene, nel 1098, la riforma per iniziativa dell’abate Roberto da Champagne e di circa venti monaci, tra cui i due considerati più contemplativi, Alberico e Stefano.

Ripieni di zelo, desiderosi di servire il Signore, nel silenzio e nella povertà, vivendo del lavoro delle loro mani, il 21 marzo 1098, giorno dedicato a san Benedetto e quell’anno domenica delle Palme, essi lasciano la bella abbazia di Molesme per fondare a Citeaux (Cistercium), una solitaria località della Borgogna, nei pressi di Digione, un nuovo monastero. Si propongono un’osservanza più rigida della Regola benedettina, una vita comunitaria fatta di pace e di gioia nello Spirito santo: vengono così respinti gli eccessi del liturgismo cluniacense. I primi anni sono molto duri; le malattie decimano il primo drappello; perciò il santo Padre invita l’abate Roberto a fare ritorno a Molesme ed a non allontanarsi più. Ma, come agli inverni succedono le primavere, così anche attorno a Citeaux fioriscono le più belle speranze. Gli inizi del secolo XII vedono espandersi un po’ dovunque i monaci della nuova famiglia, per merito, soprattutto, di Bernardo da Clairvaux (1090-l153).

Padre Bernardo, fondendo in sé le doti dello spirito contemplativo e dell’uomo di azione, diviene in breve tempo il capo carismatico del nuovo Ordine ed il suo più insigne propagatore. Per tutto il secolo XII i Cistercensi costruiscono chiese, irrigano, con vaste e complesse opere di canalizzazione, terre incolte, bonificano zone acquitrinose. Nel l134 in Francia si contano già cinquantacinque monasteri, sugli ottanta costruiti in Europa.

I Cistercensi evangelizzano le popolazioni dell’Europa orientale e si spingono in Calabria, in Sicilia, in Portogallo, nel nord dell’Europa. I monaci partono dai loro chiostri per servire la chiesa. È certo che i nuovi monasteri si diffondono fino a raggiungere un numero imponente.

Alcune abbazie oggi sono solamente rovine o hanno subito trasformazioni oppure risultano affidate ad altri Ordini religiosi o sono patrimonio dello Stato; ma ne esistono ancora alcune custodite dagli eredi di quei monaci che le fondarono: Chiaravalle di Milano, di Piacenza, di Ancona e non ultima Casamari, una dei prototipi del gotico in Italia. Attualmente l’abbazia di Casamari è una delle più fiorenti dell’Ordine cistercense. Nel 1931 ad essa viene affidata dalla santa Sede la costituzione del monachesimo etiopico. Da allora gli Etiopi e gli Eritrei vestono la bianca cocolla e professano la Regola benedettina. I monaci di Casamari si spingono in Brasile e negli Stati uniti d’America. Dal 1958 hanno in custodia la bella Certosa di Galluzzo (Firenze), dal 10 novembre 1968 quella insigne e meravigliosa delle Grazie presso Pavia.

Questi religiosi hanno un doppio abito: quello usuale o da lavoro, costituito da una tonaca candida e da uno scapolare nero, e quello da chiesa o cocolla, formato da una tonaca interamente bianca, ampia ed abbondante, con larghissime maniche e grande cappuccio.

È questo un abito molto suggestivo ed anche esternamente utile, specialmente in inverno. La vita della comunità, come in ogni altro monastero, s’impernia sul binomio che è proprio della Regola di san Benedetto: ‘ora et labora’. I Cistercensi vivono una vita frugale ed umile, secondo la tradizione monastica: c’è chi coltiva la terra, chi produce, da segrete ricette, quei famosi liquori d’erbe posti in vendita nel caratteristico spaccio a fianco del palazzo ducale, chi, come padre Sisto, tenendo viva l’antichissima comunanza di siffatte abbazie, provvede all’accurato restauro di preziosi libri di epoche passate che a tale scopo vengono inviati alla Certosa dalle più note biblioteche italiane ed estere.

Il priore lascia nel mese di ottobre dello stesso anno la diocesi di Pavia perché chiamato dalla fiducia dei suoi superiori a dirigere la comunità della certosa di Firenze. La notizia giunge improvvisa a tutti coloro che in questi mesi hanno conosciuto il monaco e desta viva sorpresa, quasi un senso di rincrescimento. I progetti che padre Vittorino aveva in animo di realizzare per l’onore e la gloria della Certosa erano molti ed interessanti. Per volontà altrui ora egli lascia tutto ad altri per andare in Toscana a profondere il suo alto spirito e le sue preziose doti. Giovedì mattina, 16 ottobre, nella suggestiva cornice del coro del presbiterio con una solenne concelebrazione, don Vittorino viene festeggiato per il suo giubileo d’argento. Il nuovo priore della comunità pavese dei Cistercensi sarà don Malachia.

Ottavo Decennio

Chiusi nel buio e silenzioso ‘scriptorium’ del loro monastero, i Cistercensi trascrivono con minuzia e pazienza i testi degli antichi per tramandarli ai posteri. Ecco che molto tempo dopo un altro monaco, padre Sisto (al secolo Vincenzo Giacomini, ciociaro) decide di spendere la vita proprio su codici miniati ed incunaboli ereditati dal passato e danneggiati dal tempo. È uno dei più famosi restauratori d’Europa: grazie ad una singolare miscela di tradizione antica e di tecnologia moderna è in grado di restituire allo splendore perduto vetusti manoscritti. In tre locali della foresteria il religioso ha creato il suo laboratorio di restauro. Schivo, secondo l’abito monastico, sostiene che il suo lavoro non è diverso da quello dei suoi confratelli impegnati a guidare i turisti o coltivare l’azienda agricola.

Al laboratorio arrivano libri da tutto il mondo, compresa la Russia. Egli stesso è stato a Mosca per illustrare le sue tecniche di restauro: compito non tanto difficile, visto che conosce perfettamente cinque lingue, oltre al latino medievale. Codici miniati, manoscritti, incunaboli, libri tarlati o ammuffiti, preziose stampe ed incisioni dal secolo XI al XVII vengono amorevolmente curati da don Sisto.

Don Sisto, anche se modesto nel suo comportamento, è uno fra i ‘chirurghi del libro’ più apprezzati e ricercati. Da quando ha aperto il suo laboratorio, il religioso ha rimesso a nuovo circa cinquecento volumi. Tutto il paese gli vuole bene. La domenica celebra due affollate messe in parrocchia, conosce vita, opere, miracoli di ogni casa e si lamenta quando gli entusiasmi si raffreddano subito.

Padre Sisto al lavoro nel suo Atelier

I padri che costituiscono attualmente la piccola comunità, con l’istituzione del centro di ritiro spirituale e di convegni religiosi, che funziona dalla fine degli anni ’70, sono riusciti a dare a questa preziosa opera d’arte un cuore fervido e pulsante, restituendole quel carattere peculiare di luogo di preghiera e di fervore mariano che l’ha caratterizzata nel corso dei secoli. Il centro di ritiro è la vera oasi di pace, il momento più significativo dell’attività religiosa alla Certosa. I padri non richiedono alcun compenso per l’alloggio e per il vitto, offrono un momento di serenità e di letizia a chi si rivolge loro per usufruire di una breve pausa di riflessione, per dare un senso alla propria vita, per ascoltare la voce di Dio.

Numerosissimi sono i giovani ed i gruppi che frequentano la struttura; assidua durante l’anno è pure la presenza di adulti ed anziani che, sempre più frequentemente, sentono la necessità di calarsi nel silenzio e nella preghiera: il pellegrino ritrova il senso intimo dell’abbazia come rifugio dello spirito e luogo di salvezza. Questa iniziativa fa onore al nuovo priore della comunità cistercense, padre Edoardo Liconti, ed ai suoi collaboratori che, animati dallo spirito del fondatore, si propongono di allargare la loro attività pastorale dal piano turistico-culturale a quello più strettamente spirituale.

Nono Decennio

Nel 1982 un aspetto preoccupante caratterizza la vita del complesso monumentale: il 16 giugno un incendio distrugge quella parte di monastero adibita ad abitazione dei padri. Deve essere certamente allucinante lo spettacolo offerto dalle fiamme che, elevandosi al cielo, illuminano di una luce sinistra la facciata e la sagoma della basilica. Ma a quell’ora, alle quattro circa del mattino, nessuno può accorgersi del pericolo che minaccia la sopravvivenza di questo insigne monumento, vanto della storia e dell’arte di Pavia.

I primi ad accorgersene ed a dare l’allarme sono gli stessi monaci, svegliati da un forte crepitio che fa loro pensare si tratti di una grandinata; invece le fiamme lambiscono le camere ed il fumo rende irrespirabile l’aria. Il sinistro rimane circoscritto alla parte d’edificio che costituisce la ‘privacy’ dei Cistercensi: essa si apre da un lato nel cortile di Sant’Anna e dall’altro sul chiostro grande.

Dopo questa triste vicenda, un’altra nota negativa segna la vita del monastero: il furto, perpetrato nella notte tra il 21 ed il 22 agosto del 1984, di parte del famoso dossale in forma di trittico. Prima del sacrilegio era l’unica testimonianza scultorea rimasta alla Certosa che risalisse all’epoca del suo fondatore.

ll Trittico

Nella basilica il capolavoro viene trasportato presumibilmente agli albori del secolo XVI e posto sull’altare maggiore. Attorno alla seconda metà del 1500 l’altare viene ristrutturato ed il trittico rimosso, perché non più in sintonia con il gusto stilistico di quel momento storico. Ma l’eccezionalità dell’opera rimane intatta, tanto da giustificare la massima cura nella conservazione. Esso trova ospitalità nella sacrestia vecchia e lì rimane fino al furto.

La Lombardia, e con essa l’intera cultura italiana, perde uno dei suoi capolavori più insigni e singolari. L’opera è una testimonianza unica, non solo d’arte ma anche di storia, legata com’è alla politica ed all’ideologia di grandezza monarchica del Visconti. Questo furto non è avvenuto in una chiesetta o in un monastero sperduto, bensì in uno dei santuari monumentali più celebri e frequentati d’Italia, a pochi chilometri da Pavia, in una zona dove non risulta sia difficile garantire un’adeguata sorveglianza. È stato accertato che nella basilica non vi era un sistema d’allarme collegato con le forze dell’ordine.

Le Formelle recuperate dalle Forze dell’Ordine

Ottobre 1985: il trittico viene integralmente recuperato dai carabinieri dello speciale nucleo tutela patrimonio artistico di Roma. Le forze dell’ordine arrestano i quadri portanti di un’organizzazione specializzata ed attiva su tutto il territorio nazionale, con ramificazioni all’estero. In essa si troverebbero sia gli autori materiali, sia i ricettatori dell’inestimabile capolavoro: una gang esperta nel furto, nello smistamento e nella vendita di opere d’arte attraverso i canali del mercato sotterraneo. Finiscono in carcere venti persone; di queste sette sono ritenute direttamente coinvolte nel ‘colpo’ che ha ben pochi precedenti in Italia.

Il capolavoro ritorna in una Certosa più sicura grazie all’efficiente sistema d’allarme installato.

Per il santo Natale 1987 la Certosa ha una ben triste sorpresa: vengono infatti chiuse per sempre le porte del laboratorio di restauro del libro antico, istituito proprio tra le mura del monumento da padre Sisto Giacomini, il monaco cistercense che per circa vent’anni ha curato preziosi manoscritti e codici miniati, gioielli del patrimonio culturale nazionale e straniero. Il monaco si trasferisce con il suo ‘atelier’ alla Certosa fiorentina di Galluzzo e da qui riprende i contatti con le scuole del restauro del libro di Mosca, Leningrado, Lipsia.

Padre Sisto nel suo Atelier

Prima di lasciare la Certosa, padre Sisto ha un riconoscimento da parte delle amministrazioni comunali di Certosa e di Pavia. Quest’ultima gli conferisce ‘L’onorificenza di San Siro’, assegnata a tutti coloro che hanno contribuito alla crescita della città.

Mommento della Cerimonia dell’assegnazione dell’onorificenza di San Siro

E LA STORIA CONTINUA...